Il divieto di uso dei social per i minori / Parte II

America e resto del mondo

Il dibattito sul divieto di accesso ai social per i minori, osservato su scala globale, restituisce un quadro frammentato e tutt’altro che uniforme. Convivono ovunque nel Pianeta modelli profondamente diversi per impostazione, intensità e finalità.

Partendo dall’Asia, la Cina rappresenta l’unico esempio di sistema organico e centralizzato di regolazione. Non esiste un divieto formale, ma un modello estremamente strutturato di “uso controllato”, fondato su limiti temporali differenziati per età, divieti di accesso nelle ore notturne, obbligo di registrazione con identità reale e integrazione, da parte delle piattaforme, di una “modalità minori” che filtra contenuti e funzionalità. L’obiettivo dichiarato è la tutela del benessere psicofisico, ma il risultato è un ambiente digitale fortemente regolato, in cui l’esperienza dei giovani è rigidamente incanalata entro parametri stabiliti dall’autorità pubblica.

Nel resto del continente asiatico non esiste un approccio unitario, ma piuttosto un mosaico di soluzioni. In Corea del Sud, dopo una fase iniziale di forte interventismo — come dimostrato dal cosiddetto “shutdown law” sui videogiochi — si è passati a un modello più equilibrato, basato su educazione digitale, strumenti di controllo parentale e interventi mirati contro fenomeni come il cyberbullismo. Il Giappone privilegia una logica di responsabilizzazione diffusa: famiglie, scuole e operatori sono coinvolti in un sistema di prevenzione fondato su linee guida e accordi volontari, senza ricorrere a divieti generalizzati. In India, invece, la crescita rapidissima dell’utenza giovane ha portato a un rafforzamento dei requisiti di consenso parentale e delle responsabilità delle piattaforme, pur in assenza di restrizioni dirette all’accesso. Nel Sud-Est asiatico, Paesi come Singapore adottano un approccio pragmatico, con politiche pubbliche strutturate sull’educazione digitale e interventi mirati contro contenuti dannosi e disinformazione.

Al di fuori dell’Asia, il quadro resta ancora più leggero. In Sud America non si registrano modelli di divieto generalizzato: prevale una regolazione indiretta, costruita attorno alla protezione dei dati personali, alla responsabilità delle piattaforme e al ruolo delle famiglie. Anche in Africa manca un’impostazione uniforme; le differenze tra Paesi sono ampie e riflettono livelli diversi di sviluppo digitale e capacità regolatoria. Nel complesso, l’approccio dominante è quello della tutela indiretta, attraverso norme su privacy, protezione dei minori e cybersicurezza, più che mediante limitazioni esplicite all’accesso.

Merita un approfondimento il caso degli Stati Uniti, dove le grandi piattaforme sono nate e hanno un immenso potere economico e dove non esiste una disciplina federale che vieti l’uso dei social ai minori. 

In un simile contesto è tuttavia ormai consolidata la consapevolezza dei rischi connessi a un  utilizzo precoce dei social, in particolare in termini di ansia, depressione e più generale deterioramento della salute mentale. 

Alcuni Stati, come Utah e Arkansas, hanno tentato di introdurre misure più stringenti — obbligo di consenso dei genitori, verifica dell’età, limitazioni nelle ore notturne — ma queste iniziative si scontrano spesso con obiezioni costituzionali legate alla libertà di espressione e sono state in più casi sospese o contestate, come è avvenuto in Florida.

Il terreno su cui la questione sta realmente evolvendo è quello giudiziario. 

Emblematica è una recente decisione californiana che ha riconosciuto la responsabilità di Meta e Google per aver contribuito allo sviluppo di dipendenza e danni psicologici in una giovane utente. La causa, promossa da Kaley, una ragazza che ha iniziato a utilizzare le piattaforme fin dall’infanzia sviluppando nel tempo disturbi d’ansia e depressione, è fondata sull’idea che i servizi digitali siano progettati per incentivarne un uso compulsivo, attraverso meccanismi come lo scorrimento infinito e gli algoritmi di raccomandazione. 

Nella tesi dell’accusa non viene in alcun modo menzionata l’opportunità di un divieto di uso per età, ma di rischio intrinseco delle piattaforme per i minori che non sono strutturati per gestire i messaggi che ricevono dagli algoritmi. 

Sono stati indicati come dannosi, inoltre, anche cose come i filtri per modificare le foto, responsabili di amplificare i problemi legati al rapporto con il proprio corpo e il proprio aspetto. È ormai noto che l’utilizzo dei social riesce a far rilasciare al cervello dopamina in risposta a stimoli gratificanti. Il meccanismo della dipendenza si basa proprio su un’attivazione anomala di questo circuito, dovuta ad un uso prolungato e compulsivo.

La difesa di Meta e Google ha sostenuto che i social media non sono la causa primaria di ansia o depressione ma che, nei casi in cui queste si manifestino, ci siano problematiche familiari o personali preesistenti. Inoltre, le aziende hanno contestato le accuse di negligenza, affermando che i loro algoritmi e sistemi di notifica sono progettati per l’engagement, cioè il coinvolgimento e l’interazione degli utenti, e non per creare dipendenza patologica.

La giuria, convinta dalle tesi dell’accusa, con una sentenza destinata a restare nella storia, ha ritenuto le società Meta e Google negligenti per non aver adeguatamente informato gli utenti  sui rischi che l’impianto stesso delle piattaforme ha e le ha condannante a un risarcimento di 3 milioni di dollari ciascuna. 

Bazzecole per due simili colossi, ma la strada è stata aperta per il risarcimento dei danni punitivi e il rischio maggiore è quello di nuovi  contenziosi diffusi contro i grandi operatori del settore.

Nel confronto internazionale emerge quindi una linea di fondo chiara: il vero spartiacque non è tra divieto e libertà, ma tra modelli che puntano sul controllo diretto dell’accesso e modelli che cercano di governare il fenomeno attraverso responsabilizzazione, educazione e contenzioso. E, almeno per ora, sono proprio questi ultimi a prevalere.

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