Divieto dei social ai minori: da dove nasce e perché? / Parte I

Uno dei temi più controversi per chi, come me, si occupa di diritto ed etica riguarda l’uso dei social da parte dei minori e il modo in cui i diversi Paesi stanno cercando di regolarlo.  
Dopo aver osservato effetti sempre più evidenti su ansia, fragilità e benessere psicologico il dibattito è sempre più acceso. Per capire cosa sta accadendo, conviene partire dall’Australia, dove è iniziato tutto.

L’origine: un libro che cambia il dibattito

Nel 2024, l’avvocata australiana Annabel West legge The Anxious Generation di Jonathan Haidt (in Italia La generazione ansiosa). È un libro sull’infelicità giovanile. L’infanzia reale è stata progressivamente sostituita da quella digitale.

Secondo Haidt, psicologo americano e professore di etica presso l’Università di New York, i ragazzi sono iperprotetti offline ma esposti senza limiti online e questo incide sulla loro autonomia e resilienza. L’aumento dell’ansia viene collegato anche a due passaggi chiave: la diffusione degli smartphone con fotocamera frontale e l’inizio conseguente dell’era del selfie, e l’acquisizione di Instagram da parte di Facebook. A questo si aggiunge il ruolo degli algoritmi basati sull’engagement dell’utente.

La tecnologia non è l’unica causa. Lo stesso Haidt richiama anche cambiamenti nel contesto familiare e modelli educativi di genitori assenti e sempre più ansiosi. Tuttavia, il messaggio che si impone nel dibattito pubblico è chiaro e facilmente comprensibile: i social hanno un impatto negativo sui giovani.
Il successo del libro è immediato e contribuisce a trasformare il tema in una priorità politica.

Il passaggio politico: il “French Report”

Nel settembre 2024, ad Adelaide viene pubblicato il cosiddetto “French Report”, che introduce un concetto destinato a influenzare profondamente il dibattito: il Duty of Care Model.

Il modello segna un cambio di prospettiva. Non si tratta più di responsabilizzare i genitori o i minori, ma di attribuire alle piattaforme un obbligo diretto di prevenire i danni.
In concreto, prevede che le aziende tecnologiche siano tenute a proteggere gli utenti più giovani e riconosce ai genitori la possibilità di agire nei confronti delle piattaforme in caso di danni subiti dai figli. Per quanto riguarda l’età, il report proponeva un divieto sotto i 14 anni e l’obbligo di consenso dei genitori tra i 14 e i 15 anni.

La svolta: il divieto a 16 anni per tutti

Pochi mesi dopo, durante il Social Media Summit di Adelaide, il governo australiano decide di estendere il modello a livello nazionale. La scelta introduce una modifica significativa rispetto alle raccomandazioni iniziali: il divieto viene fissato a 16 anni per tutti, senza eccezioni.

Si tratta di una soglia più alta e più rigida, adottata senza una motivazione completamente esplicitata. La legge entra in vigore il 10 dicembre 2025 e assume anche una dimensione politica, diventando un segnale nei confronti delle grandi piattaforme tecnologiche.

Il primo vero test: il ricorso alla Corte Suprema

La reazione non si limita alle aziende o ai movimenti libertari. Due quindicenni, Noah Jones e Macy Neyland, insieme all’associazione Digital Freedom, impugnano la legge davanti all’Alta Corte australiana.

Il ricorso sostiene che il divieto limita la libertà di comunicazione politica, è sproporzionato rispetto all’obiettivo di protezione dei minori e introduce rischi concreti per la privacy, in quanto richiede sistemi di verifica dell’età basati su documenti o identificazione digitale.

Il punto giuridico centrale non riguarda se i social facciano bene o male, ma se uno Stato possa limitare l’accesso a uno spazio che oggi è parte integrante del dibattito pubblico.

La Corte dovrà valutare se la restrizione incide in modo significativo sulla libertà politica e se la misura è proporzionata rispetto allo scopo perseguito.

Si tratta di uno standard difficile da superare. Per questo motivo, lo scenario più probabile è una conferma della legge, accompagnata eventualmente da indicazioni interpretative sui profili di proporzionalità e tutela della privacy.

Opinione pubblica: una frattura netta

L’opinione pubblica australiana è divisa. Una parte significativa, in particolare molti genitori, considera il divieto una misura necessaria per contrastare dipendenza, cyberbullismo e contenuti dannosi. Un’altra parte, composta da esperti, giuristi e attivisti digitali, esprime forti perplessità, ritenendo che si tratti di una risposta troppo semplice a un problema complesso e segnalando rischi per le libertà individuali e la protezione dei dati.

Anche tra i giovani le posizioni sono divergenti. Alcuni chiedono maggiore protezione, altri percepiscono il divieto come un’esclusione da uno spazio che è ormai parte della loro vita sociale e politica.

Il nodo vero

La questione non è solo tecnologica o educativa. È una questione di equilibrio.

Quanto siamo disposti a limitare l’accesso allo spazio pubblico digitale per proteggere i minori e chi è legittimato a stabilire dove si colloca questo limite?

Il dato rilevante è che il modello giuridico oggi osservato con attenzione anche in Europa nasce proprio ad Adelaide.

Ed è da qui che si sta progressivamente diffondendo, con risvolti diversi, in varie parti del mondo.

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